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Parco Regionale di Montevecchia e Valle del Curone

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La Flavescenza Dorata
Approfondimenti

Il testo che segue Ŕ tratto da
REGIONE LOMBARDIA - UNIVERSIT└ DEGLI STUDI DI MILANO
G. Belli, P.A. Bianco, P. Casati e G. Scattini
LA FLAVESCENZA DORATA DELLA VITE IN LOMBARDIA
Collana "I Quaderni della Ricerca"
Aprile 2002

E' possibile scaricare una copia del testo in formato PDF presso il sito della Regione Lombardia.


La Flavescenza dorata è, fra le malattie della vite, quella che oggi maggiormente preoccupa i viticoltori della Lombardia. Essa infatti, a partire dal 1999, ha causato danni ingenti nelle principali aree viticole della regione e si teme che possa causarne ancora nel futuro, minacciando anche quelle aree che finora sono risultate indenni (ad esempio la Valtellina). L’opera di contenimento della malattia potrà risultare più efficace se tecnici e viticoltori sapranno conoscerla e individuarla e, di conseguenza, effettuare tempestivamente le misure consigliate, segnalando prontamente eventuali nuovi casi al Servizio Fitosanitario Regionale.

La Flavescenza dorata (FD) fa parte dei cosiddetti “giallumi” della vite (GY = grapevine yellows), ossia di quel gruppo di ampelopatie provocate da fitoplasmi e caratterizzate da alterazioni di colore (ingiallimenti o arrossamenti) delle foglie, scarsa lignificazione dei tralci e disseccamento dei grappoli.
Dei vari giallumi la FD è certamente la forma più temibile sia per i danni che provoca alla produzione e al vigore vegetativo delle viti colpite sia per la rapidità con la quale può diffondersi in una zona viticola nella quale si siano costituite popolazioni consistenti dell’insetto vettore, ossia della cicalina Scaphoideus titanus.
Un’altra forma di giallume della vite, abbastanza diffusa in Italia e nei principali paesi viticoli europei, è il cosiddetto “legno nero” (LN) che presenta sintomatologia praticamente identica a quella della FD e che tuttavia è meno temuto in quanto si diffonde con maggiore difficoltà, avendo vettori meno efficienti
o comunque non stabilmente legati alla vite.
Nelle pagine che seguono daremo le caratteristiche biologiche essenziali dei principali giallumi della vite, dopo avere brevemente richiamato l’evoluzione storica delle nostre conoscenze in argomento.

Fra i giallumi della vite, la FD fu la prima a essere osservata e segnalata. Essa si manifestò negli anni cinquanta nella Francia sud-occidentale, e precisamente in Guascogna, dove colpì soprattutto viti dell’ibrido “Baco 22A” determinandovi danni alla produzione, deperimento vegetativo e vistosi ingiallimenti fogliari con riflessi metallici: da qui il nome di “flavescence dorée” (Caudwell, 1957).
Nel decennio successivo la FD si diffuse rapidamente nelle principali aree viticole della Francia meridionale, raggiunse la Corsica (Boubals e Caudwell, 1971) e fece la sua prima comparsa in Italia, dove fu rilevata in vigneti dell’Oltrepò pavese (Belli et al., 1973). Questa prima segnalazione italiana, benché effettuata senza il supporto delle tecniche diagnostiche di cui oggi disponiamo, è senz’altro da riferire a FD per i seguenti motivi:

  1. la malattia è comparsa improvvisamente e su numerose viti in vigneti sperimentali clonati, virus-esenti e sottoposti annualmente a dettagliati controlli a scopo di selezione (si trattava pertanto di una forma epidemica);
  2. il terreno dei suddetti vigneti veniva costantemente lavorato, il che impediva od ostacolava fortemente il possibile insediamento di cicaline non strettamente ampelofaghe, come quelle vettrici di altri giallumi;
  3. in un piccolo vigneto adiacente, non più coltivato e non più sottoposto a trattamenti antiparassitari, venne successivamente riscontrata un’apprezzabile popolazione di S. titanus (Osler et al., 1975), probabilmente la stessa che aveva determinato la piccola epidemia, poi prontamente bloccata con opportuni interventi insetticidi.

Una situazione analoga si verificò alcuni anni più tardi in aree viticole del Veneto e in particolare nella zona dei Colli Berici (Belli et al., 1983) dove era in atto un programma di difesa integrata che escludeva ogni trattamento insetticida.
In effetti, anche in quelle zone vennero riscontrate popolazioni consistenti di S. titanus (Belli et al., 1984), a conferma indiretta dell’eziologia da FD delle manifestazioni epidemiche osservate in precedenza. Nell’area dei Colli Berici la FD fu prontamente bloccata attraverso l’applicazione di un tempestivo protocollo di lotta contro il vettore, messo a punto dal Servizio Fitosanitario della Provincia di Vicenza. Ciò non impedì che la malattia si propagasse, a pochi anni di distanza e in forma ancora più virulenta, in altre zone venete, soprattutto nelle aree viticole poste a cavallo fra le province di Verona e di Vicenza. Altre analoghe esplosioni epidemiche si ebbero poi nel Piemonte sud-orientale (Morone et al., 2000) e nell’Oltrepò pavese (Belli et al., 2000).
Recentemente la FD è stata segnalata anche nella Spagna settentrionale (Battle et al., 1997) e, per quanto riguarda l’Italia, ha raggiunto anche gran parte del territorio emiliano (Credi et al., 2001).
Nel frattempo altre forme di giallume, con caratteristiche meno spiccatamente epidemiche, venivano segnalate in diversi paesi viticoli, sia europei che extraeuropei, anche in aree dove risultava assente la cicalina S. titanus. Tra queste forme, diverse da FD sia per eziologia che per epidemiologia (si veda più avanti), la più diffusa in Italia risulta essere quella nota come “legno nero” (LN), segnalata inizialmente in Francia da Caudwell (1961) come “bois noir” e nota in Germania come “Vergilbungskrankheit” (Maixner et al., 1995).

SINTOMATOLOGIA E DANNI

Dalle osservazioni e dagli studi effettuati in argomento da ricercatori di diversi paesi risulta che i sintomi determinati dai vari giallumi della vite sono sostanzialmente identici e, in particolare, per quanto riguarda l’Italia, appare pressoché impossibile distinguere su base sintomatologica le due forme di giallume più importanti, ossia flavescenza dorata (FD) e legno nero (LN). Ovviamente differenze si potranno rilevare, anche tra viti colpite dalla medesima forma di giallume, a seconda della varietà (più o meno suscettibile), della fase vegetativa, dell’andamento climatico e di altri fattori che possono influenzare la fisiologia della pianta infetta: tali differenze comunque saranno di scarso aiuto ai fini di una distinzione, su base sintomatologica, fra le diverse forme di giallume.
Oggigiorno una tale distinzione è possibile, ma solo ricorrendo a metodi di diagnosi biomolecolare.
Qui di seguito, pertanto, esporremo la sintomatologia tipica della FD, come si manifesta sulle cultivar più sensibili, facendo presente che essa vale anche per gli altri giallumi della vite e rimandando a pagine successive la descrizione di sintomi e di comportamenti caratteristici delle principali varietà coltivate in Lombardia.
Va detto, innanzi tutto, che la moltiplicazione e la diffusione dei fitoplasmi nelle piante legnose, e in particolare nella vite, avvengono piuttosto lentamente.
Pertanto i sintomi che si osservano nei mesi estivi e soprattutto quelli più precoci sono per lo più da attribuire a infezioni instauratesi nell’anno precedente o addirittura due anni prima. Solo sintomi che compaiono su una vite per la prima volta a fine stagione sono probabilmente da riferire a un’inoculazione effettuata da un insetto vettore all’inizio della medesima stagione.

Su viti di varietà particolarmente sensibili, infette dall’anno precedente, un primo sintomo di FD può essere il ritardo nel germogliamento e quindi una vegetazione piuttosto stentata, accompagnata da ricacci basali. Si possono poi manifestare anche necrosi e caduta delle infiorescenze.
Tuttavia la tipica sintomatologia che caratterizza la FD e gli altri giallumi della vite, si manifesta a partire dal mese di luglio e va accentuandosi con il progredire della stagione. Essa può essere riassunta come segue:

  • foglie: arrotolamento del margine verso il basso, talvolta molto accentuato fino a fare assumere alla foglia, a fine stagione, una forma triangolare; colorazione giallo-dorata (nelle cultivar a uva bianca) o rosso-vivo (nelle cultivar a uva nera), che può interessare l’intera lamina o settori delimitati nettamente da nervature o le nervature stesse; consistenza papiracea e progressiva tendenza a sbriciolarsi se stretta in una mano;
  • grappoli: graduale disidratazione degli acini a partire, più o meno, dall’epoca dell’invaiatura, fino a completo disseccamento del grappolo;
  • tralci: lignificazione irregolare, a tratti o totalmente assente: sicché i tralci colpiti restano erbacei e assumono un aspetto cadente; sugli internodi possono comparire pustole nerastre di aspetto oleoso; durante l’inverno, per effetto delle basse temperature, i tralci non lignificati necrotizzano e assumono una colorazione nerastra: di qui la denominazione di “legno nero” data a una delle forme di giallume. Va detto che per lo più i sintomi sopra descritti non compaiono su tutti i tralci della vite colpita, ma solo su alcuni di essi, a volte su uno soltanto (specialmente se si tratta di infezione recente): ciò ha fatto intravedere la possibilità di risanare le piante eliminando tempestivamente alla base il tralcio o i pochi tralci con sintomi. Bisogna anche tenere presente che in cultivar di vite poco suscettibili o tolleranti i sintomi appena descritti possono essere molto attenuati o addirittura assenti: è il caso, ad esempio, delle cv Cortese e Tocai friulano oppure di molti ibridi utilizzati come portinnesti (420A, Kober 5BB, SO4, ecc.).

I danni causati dai giallumi e in particolare dalla FD possono essere di grande entità, soprattutto se la cultivar interessata è molto suscettibile e se la percentuale di piante colpite è elevata (si sono registrati casi di incidenza superiore all’80%). Si deve tener conto infatti che non solo si ha perdita parziale o totale della produzione, ma le piante colpite restano spesso debilitate e nei casi più gravi deperiscono e muoiono nel giro di 2-3 anni.
Vale la pena di segnalare che talvolta tecnici non particolarmente esperti confondono i sintomi della FD con quelli della virosi nota come “Accartocciamento fogliare” (GLR = Grapevine Leaf Roll), in quanto anche quest’ultima determina arrotolamento della lamina fogliare verso il basso e colorazione giallastra
o rossastra delle foglie a seconda che si tratti di varietà a uva bianca o a uva nera. Vi sono però differenze sintomatologiche abbastanza nette che permettono di distinguere piuttosto agevolmente GLR da FD. Nel caso della virosi, infatti, le alterazioni di colore della lamina fogliare interessano, piuttosto uniformemente, le aree internervali e non le nervature; i sintomi fogliari sono presenti su tutti i tralci della vite e sono più marcati sulle foglie basali; i tralci lignificano normalmente; i grappoli stentano a maturare ma non perdono turgore.
Ovviamente è bene verificare che tutte o gran parte delle suddette caratteristiche sintomatiche siano presenti e non emettere diagnosi affrettate, magari basate sull’osservazione di un solo sintomo.

EPIDEMIOLOGIA

Ciò che rende particolarmente temibile la FD è la rapidità con cui può propagarsi in un’area viticola, determinandovi improvvise epidemie e, di conseguenza, danni economici rilevanti: basti pensare agli effetti devastanti delle epidemie di FD esplose in Veneto agli inizi degli anni ’90, in Piemonte nel 1998 e nell’Oltrepò pavese nel 1999. Questa sua rapidità di diffusione è dovuta essenzialmente al fatto che ha come vettore naturale e particolarmente efficiente la cicalina Scaphoideus titanus, la quale, oltre a essere molto mobile come tutte le cicaline, è anche strettamente ampelofaga, ossia usualmente si nutre solo su vite.
Bisogna tener conto infatti che i fitoplasmi sono generalmente trasmessi in forma persistente – propagativa e quindi, una volta acquisiti dall’insetto-vettore e dopo un breve periodo di latenza (2-3 settimane), sono trasmissibili a nuove piante inizialmente sane per tutta la vita dell’insetto medesimo. Pertanto, se si considera che Scaphoideus titanus, pur avendo una sola generazione all’anno, può acquisire il fitoplasma della FD già negli stadi giovanili (mese di giugno) e può trasmetterlo a tutte le piante di vite che visita nel corso della sua vita (e quindi fino ai primi di ottobre), si ha un’idea dell’opera devastante di diffusio- ne della malattia che può compiere anche una popolazione non molto numerosa della suddetta cicalina.
Fortunatamente le altre forme di giallume della vite riscontrate in Europa e in particolare in Italia non hanno vettori altrettanto efficienti quanto quello della FD. Soprattutto si tratta di cicaline che abitualmente si nutrono su specie vegetali diverse dalla vite e frequentano quest’ultima solo occasionalmente (Arzone e Alma, 2000; Nicoli Aldini, 2001): è questo il caso di Hyalesthes obsoletus, vettore del cosiddetto “legno nero” (Maixner, 1994), o di Oncopsis alni, che risulterebbe in grado di trasmettere un fitoplasma del gruppo 16SrV (Maixner et al., 2000). D’altra parte, per via sperimentale, si riesce a trasmettere fitoplasmi alla vite anche utilizzando varie altre specie di cicaline (Alma et al., 2001): in natura però le condizioni cambiano e quelle stesse specie d’insetti che possono apparire vettori efficienti nelle prove sperimentali lo sono molto meno nelle condizioni naturali del vigneto.
Pertanto è da ritenere che, a seguito delle numerose ricerche che si stanno svolgendo in molti paesi europei ed extra-europei sui giallumi della vite, si scopriranno certamente nuove specie e nuovi ceppi di fitoplasmi capaci di provocarli e nuove specie di insetti capaci di trasmetterli, ma difficilmente si troverà
una combinazione vettore-patogeno altrettanto efficiente e distruttiva quanto quella costituita dalla cicalina Scaphoideus titanus e dal fitoplasma della FD.
Fin qui abbiamo trattato della propagazione dei giallumi nei vigneti per opera di insetti vettori, modalità che può dare origine, soprattutto per quanto riguarda la FD, a disastrose epidemie. Ma occorre tener presente che vi è un’altra modalità di diffusione delle fitoplasmosi in un’area viticola, spesso determinante ai fini del loro insediamento in vigneti o in zone che prima ne erano esenti; ed è quella derivante dall’utilizzo di materiale di propagazione infetto. Dai dati sperimentali di cui si dispone risulta che sia i fitoplasmi della FD che quelli del LN, al contrario di quanto avviene per i virus, si trasmettono in percentuali piuttosto basse sia nella moltiplicazione agamica (produzione di talee) sia attraverso l’innesto. Tuttavia basta l’arrivo di poche barbatelle infette per determinare in un vigneto o in un’area viticola un pericoloso focolaio d’infezione che può rapidamente propagarsi in presenza di popolazioni apprezzabili di un vettore efficiente.
Tant’è che si ha il forte sospetto che le epidemie di FD verificatesi in varie zone dell’Italia settentrionale nell’ultimo decennio abbiano avuto origine dall’importazione di barbatelle infette provenienti da aree della Francia invase dalla malattia. Inoltre vi è da tener presente che il materiale vivaistico non ben controllato può essere portatore anche delle uova di S. titanus che la femmina adulta depone nell’estate fra le screpolature del ritidoma dei tralci di uno o, più frequentemente, di due anni (Cravedi e Nicoli Aldini, 2000). Tali uova, benché non risultino essere portatrici d’infezione di FD (Conti, 2000), schiudendo nella successiva primavera, possono costituire o incrementare pericolose popolazioni dell’insetto vettore che, a loro volta, acquisendo i fitoplasmi della FD da qualche vite infetta dall’anno precedente, possono propagare l’infezione a molte altre viti del medesimo vigneto o di vigneti vicini.

POSSIBILITÀ DI DIFESA

Tenendo presente quanto si è detto nelle pagine precedenti, punteremo la nostra attenzione essenzialmente sulla FD, essendo questa l’unica fitoplasmosi della vite realmente e fortemente dannosa in Lombardia e, in generale, nell’Italia settentrionale. Non mancheremo comunque, all’occorrenza, di accennare a misure che potranno essere utili a controllare anche le altre forme di giallume con particolare riferimento a LN. Tra queste certamente va citata l’assoluta necessità di impiegare barbatelle sane per i nuovi impianti. Infatti, come già si è detto, l’introduzione nel vigneto anche di poche barbatelle infette verrebbe a costituire una pericolosa fonte d’inoculo dalla quale gli insetti vettori potrebbero in breve tempo diffondere l’infezione a molte altre viti con conseguenze talvolta molto pesanti sotto il profilo economico: e ciò vale tanto più per la FD, ma vale anche per il LN. I vivaisti attenti e scrupolosi sanno che barbatelle sane si ottengono innestando talee e marze provenienti da vigneti-base esenti sia da virosi che da fitoplasmosi. Per ottenere barbatelle sane anche da materiale di propagazione non sicuramente esente da fitoplasmosi, si è messa a punto una metodologia di risanamento mediante trattamento termoterapico del suddetto materiale in vasche contenenti acqua a 45-50° C (Bianco et al., 2000). Detta metodologia, già applicata sia in Francia che in Australia, potrebbe, una volta migliorata sotto il profilo applicativo, risolvere molti problemi a livello vivaistico.
Un’altra misura di difesa collegata alla precedente è quella che tende a eliminare le fonti d’inoculo già presenti nel vigneto o nelle immediate vicinanze e che prevede quindi l’estirpamento delle viti con sintomi di giallume e la distruzione di piccoli vigneti non più coltivati e non più sottoposti a difesa antiparassitaria.
È una misura certamente costosa per il viticoltore e per il proprietario di vigneti abbandonati, ma può essere vantaggiosamente realizzata se sostenuta da congrui contributi di enti pubblici (amministrazioni regionali, provinciali o altre).
Va anche detto che l’eliminazione delle viti affette da giallume è misura sostenibile quando la malattia è in fase iniziale e ha interessato soltanto una piccola percentuale di piante presenti nel vigneto, quando cioè si trova ancora a uno stadio che si può definire di “primo focolaio”. La stessa misura diventa di più
difficile attuazione quando la malattia ha già colpito una percentuale consistente delle viti presenti, specialmente se si tratta di un vigneto ancora giovane o in piena produzione. A tal proposito, considerando i fenomeni di apparente guarigione osservati sia in Francia (Caudwell et al., 1987) che in Italia (Fortusini e Belli, 1987), abbiamo impostato di recente prove tendenti ad accertare la possibilità di bloccare, nella singola vite, un’infezione in fase iniziale mediante l’eliminazione, durante le operazioni di potatura, delle parti di pianta presentanti sintomi evidenti o sospetti della malattia. I risultati preliminari delle prove suddette, verificati sia a livello sintomatologico che mediante analisi biomolecolari, inducono a ritenere che in certe cultivar (ad esempio Barbera) è possibile ottenere un effettivo risanamento.
Ma tutte le misure di difesa fin qui esposte avrebbero efficacia scarsa e solo temporanea se non fossero accompagnate da un costante e attento controllo della presenza di cicaline della specie Scaphoideus titanus che, come abbiamo visto, sono in grado di diffondere rapidamente i fitoplasmi della FD una volta che li abbiano acquisiti anche da una sola fonte d’inoculo. Secondo le indicazioni fornite da Cravedi e Nicoli Aldini (2000), nelle zone viticole interessate da FD è in genere opportuno eseguire due trattamenti insetticidi con principi attivi efficaci contro S. titanus. Un primo trattamento, rivolto contro le forme giovanili, deve essere effettuato circa un mese dopo la schiusura delle prime uova e quindi intorno alla metà di giugno. Il secondo trattamento, mirato contro le forme adulte, va eseguito circa 20 giorni dopo il primo (quindi nella prima metà di luglio) e può essere efficace anche contro le tignole dell’uva. Nelle aree in cui non si verificano nuove infezioni di FD e la presenza di S. titanus è estremamente ridotta, ci si potrà limitare a un solo trattamento: sarà bene però non abbassaremai la guardia poiché, come già detto, si tratta di un vettore molto efficace e capace di determinare nuove epidemie di FD in tempi brevissimi. Quanto ai principi attivi da impiegare nei suddetti trattamenti sarà bene che il viticoltore si rivolga ai tecnici del Servizio Fitosanitario Regionale, i quali, tra l’altro hanno anche il compito di applicare il Decreto Ministeriale del 31 maggio 2000 (G.U. del 10.7.2000) che sancisce la lotta obbligatoria contro la Flavescenza dorata della vite e che recepisce molte delle indicazioni testé esposte.
La lotta contro l’insetto vettore è poi di fondamentale importanza nei vivai di barbatelle: infatti è molto più facile che una giovane vite riceva l’infezione attraverso l’insetto che non dalle piante-madri, essendo piuttosto rara la trasmissione della FD attraverso l’innesto.


Testo tratto da
REGIONE LOMBARDIA - UNIVERSIT└ DEGLI STUDI DI MILANO
G. Belli, P.A. Bianco, P. Casati e G. Scattini
LA FLAVESCENZA DORATA DELLA VITE IN LOMBARDIA
Collana "I Quaderni della Ricerca"
Aprile 2002

E' possibile scaricare una copia del testo in formato PDF presso il sito della Regione Lombardia.

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