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Ente per la Gestione del
Parco Regionale di Montevecchia e Valle del Curone

Sede: 23874 MONTEVECCHIA (LC) - Loc. Butto, 1 - Tel. 039.9930384 - Fax. 039.9930619
C.F. 94003030130 - Web: www.parcocurone.it - E-Mail: info@parcocurone.it

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Percorso Erbe officinali

Inquadramento territoriale

I percorsi nel parco Legenda:
ROSSO: Percorso Prati Magri
ARANCIO: Percorso Erbe officinali
VERDE: Percorso Stazione
VIOLA: Percorso Sorgenti petrificanti

Audioguida

File ZIP officinali.zip (10 MB): pacchetto completo con un file MP3 per ogni punto del percorso.

Guida al percorso

PUNTO 1

Questo percorso, che si snoda sul versante sud della collina di Montevecchia, parte da Montevecchia, a circa 440 metri s.l.m., e scende lungo i terrazzamenti coltivati fino alla località Casarigo a circa 330 metri s.l.m. e all’antico ponte a circa 290 metri s.l.m.; quindi risale la collina tornando al punto di partenza. Il percorso è lungo circa 4 chilometri che si percorrono in un’ora circa di cammino. E’ consigliato l’uso di scarponcini da trekking.

Partiamo dal parcheggio comunale di Montevecchia a circa 440 metri s.l.m., sul crinale della collina. Volgendo lo sguardo verso nord scorgiamo il S. Genesio e la Val Cava; sempre nella stessa direzione, scendendo a metà versante della collina di Montevecchia, vi è il Centro Parco Ca’ del Soldato a 330 metri s.l.m.

Saliamo i gradini e proseguiamo verso sinistra: sulla nostra destra vi è il Monte Chiaro con terrazzamenti coltivati a vite. Proseguiamo sulla strada lastricata, fiancheggiata da mura, che ci conduce nel nucleo storico di Montevecchia. Sulla destra, oltre il muretto a secco, il nostro sguardo, nelle giornate limpide, riesce ad arrivare fino a Milano. La strada ciottolata fiancheggia, sulla destra, le mura della settecentesca Villa Vittadini, offrendoci la vista del Santuario Beata Vergine del Carmelo e della piazza del centro storico. Siamo giunti al punto 2.

PUNTO 2

Davanti a noi possiamo ammirare il Santuario Beata Vergine del Carmelo, al quale si accede attraverso la lunga scalinata, fiancheggiata da tigli e ligustro. La “scala santa” è intersecata da una “Via Crucis”. Il Santuario risale alla seconda metà del secolo XVI, costruito come chiesa parrocchiale dedicata a S. Giovanni Decollato ed è di stile barocco antico. Arredi artistici riferibili al secolo XVI sono il baldacchino di legno intagliato e dorato e la bellissima pala di Bernardino Campi, ora conservata nel palazzo Arcivescovile di Milano, che raffigura la Decollazione del Battista. Seicenteschi sono la statua in legno dorato della Vergine con il Bambino, le tele raffiguranti la vita del Battista e la Via Crucis esterna. Settecentesco è l’organo a canne, in legno e stagno. Visto dall’esterno, il Santuario si presenta con un grande tetto a capanna sormontato dalla massiccia torre campanaria, affiancato dalla sacrestia e dall’oratorio della confraternita, mentre a sud si allunga la casa canonica. L’attività pastorale e civica, imperniata da secoli intorno al Santuario, si interruppe verso il 1925, con la costruzione della nuova chiesa parrocchiale. Il Santuario in cima al colle diventò, per devozione di popolo, Santuario Beata Vergine del Carmelo. Sulla destra del Santuario vi è la Villa Panigarola, Agnesi, Albertoni, la cui costruzione risale circa al 1649; fu abitazione del senatore Panigarola, divenuto feudatario del paese. Vi soggiornò poi l’illustre matematica Gaetana Agnesi con la famiglia. Intorno alla villa è disposto il parco a terrazze con statue, delimitato da una complessa recinzione a pilastri con sculture mitologiche e simboliche del Settecento. All’ingresso venne posta nel 1899 una lapide a Gaetana Agnesi, dai pronipoti conti Albertoni.

Proseguiamo sulla strada ciottolata che gira intorno alla Villa Vittadini, scendendo sul versante sud della collina di Montevecchia, verso la località Galeazzino. Da qui si apre un bellissimo panorama: la collina coltivata dal paziente lavoro dell’uomo e la vista che spazia verso la pianura. Davanti a noi ritroviamo il Monte Chiaro con le sue coltivazioni e, alla nostra sinistra, il profumo del rosmarino invade i nostri sensi; in autunno, la nostra vista è attratta da piante di cachi carichi di frutti arancioni.

Il nostro cammino procede in ripida discesa, in direzione sud-ovest, sulla stretta stradina ciottolata, fiancheggiata a destra dal muro e a sinistra dalla recinzione. Sulla sinistra è presente un’edicola mariana dedicata alla Madonna del Carmelo: siamo in località Galeazzino. Prima della casa rossa, giriamo a destra; sulla sinistra sono presenti un grande cespuglio di rosmarino e un ciliegio. Scendiamo i gradini della strada ciottolata, in alcuni tratti un po’ scivolosa, fino ad arrivare alla bacheca del percorso geologico e al punto 3.

PUNTO 3

Tra 700.000 e 300.000 anni fa durante la glaciazione Mindelliana, la coltre glaciale che scendeva dalla Valtellina arrivò a lambire il Parco, circondandolo senza però riuscire a scavalcare i suoi rilievi collinari. La fascia meridionale del Parco è costituita da depositi fluvioglaciali originati dalla fusione delle acque dei ghiacciai Mindelliani che trasportarono e depositarono verso valle grandi quantità di materiale detritico come blocchi, ciottoli, ghiaia e sabbia. Scorgiamo infatti, verso sud-ovest, la collina morenica su cui sorge l’abitato di Maresso.

Alla nostra sinistra possiamo ammirare le coltivazioni di rosmarino e vite sui ronchi della collina; inoltrandosi su questi sentieri che costeggiano i terrazzi coltivati ad erbe officinali, si nota l’inconfondibile presenza del vigneto, disposto sul bordo dei ronchi, in una perfetta armonia di spazi e colori. Ciò è ancora più evidente durante la vendemmia, quando il rosso fogliame autunnale contrasta con il bianco delle pietre dei muri a secco ed il verde intenso delle piante officinali. La vite è in grado di adattarsi a condizioni climatiche molto diversificate, i cui limiti sono principalmente rappresentati dalla temperatura dell’aria, dalla disponibilità di acqua e dalla quantità di luce. Tradizionalmente la produzione vinicola di Montevecchia era improntata, soprattutto negli anni passati, in modo prevalente per l’autoconsumo, collocandosi perfettamente nella scansione dei lavori agricoli prima dei lavori forestali invernali e dopo le produzioni agricole estive (ortaggi, fienagione, seminativi e fruttiferi).

Secondo i dati rilevati nel 1999, i vigneti nel territorio del Parco occupano una superficie di oltre 55 ettari, localizzati , per lo più, nei comuni di Montevecchia, Missaglia e Perego. I recenti e moderni impianti delle principali aziende vitivinicole si sono basati sull’utilizzo di vitigni quali Pinot, Merlot e Sauvignon. Per riscoprire vitigni di antica diffusione, si possono trovare, inframmezzati a cespi di salvia e rosmarino, varietà di Trebbiano, Veredese Bianco, Riesling con vitigni a bacca bianca, Schiava e Cabernet con vitigni a bacca nera.

Le condizioni climatiche particolari, rendono Montevecchia un territorio vocato per la produzione vinicola con risultati enologici di buon livello, con vini bianchi freschi ed aromatici e rossi affinati in legno per lunghi periodi.

Le piante aromatiche-officinali ben si adattano al clima particolarmente mite dei ronchi terrazzati; questi terreni sono interessati, da molti anni, dalla coltivazione di due specie: la salvia e il rosmarino. La salvia può vivere allo stato spontaneo oltre i dieci anni, mentre in coltura, generalmente, si mantiene dai tre ai cinque anni al massimo. L’aroma della salvia è forte, il sapore è piccante e amaro. Le parti richieste dal commercio sono molteplici, a seconda dell’uso che può essere alimentare, erboristico e cosmetico. Il rosmarino vegeta ottimamente sui suoli calcarei, ben drenati e talvolta aridi, su rupi e terrazzamenti. E’ una specie perenne con aspetto di denso arbusto cespuglioso, sempreverde, fittamente ramificato con rami ascendenti. Ha la particolarità di contenere olii essenziali aromatici. Queste due colture, come molte altre, ancor oggi scandiscono la giornata di tanti agricoltori del Parco, imponendo loro di alzarsi all’alba per la raccolta delle foglie fresche da destinare ai principali mercati ortofrutticoli o direttamente a catene di vendita al pubblico. Molte delle operazioni del passato sono rimaste invariate e tra queste una delle più impegnative è sicuramente il trasporto nella gerla dei prodotti raccolti, oltre che la lavorazione del terreno ed il controllo delle erbe infestanti eseguiti manualmente con l’aiuto di piccoli mezzi meccanici. Una delle abilità necessarie per coltivare le officinali sui terrazzamenti è sapersi muovere con sicurezza lungo le ripide scalinate di pietra molera che collegano tra loro i ronchi, realizzate quasi sempre sulle linee di massima pendenza.

Sono anche presenti altre specie, spesso poco diffuse e dimenticate, quali il coriandolo, il dragoncello, l’erba cipollina, l’iperico, la melissa, la menta, la santoreggia, il timo e lo scalogno. Trovano anche spazio attività legate all’apicoltura, agli allevamenti ovo-caprini, alla coltivazione di piccoli frutti e alle primizie. A tutto ciò bisogna aggiungere una serie di tradizioni “rurali” ancora radicate, come la presenza del maiale per i salumi e di altri animali da cortile, i formaggini freschi sia di capra che di latte vaccino, i pali di castagno per i vigneti e la manutenzione dei muretti a secco in pietra locale.

A differenza della zona collinare, nell’area agricola pianeggiante del Parco, circa 400 ettari, si trovano tipicamente le aziende cerealicolo-zootecniche, con allevamenti di bovini da latte, alimentati con una base di mais, foraggio e orzo coltivati in rotazione negli estesi seminativi. Soprattutto negli ultimi anni queste colture tradizionali hanno lasciato spazio ad impianti specializzati di orticole sotto tunnel come insalate, fiori di zucca ed erbette o a vivai in pieno campo di piante ornamentali.

L’agricoltura praticata nel Parco, quindi, comprende una molteplice gamma di attività ed ambienti, tali da racchiudere in sé uno spaccato quasi completo di tecniche, prodotti, terreni e risorse, una miriade di situazioni differenti che aumentano significativamente la biodiversità e la ricchezza del patrimonio rurale locale.

Continuiamo a scendere sulla stradina, con il muretto a secco sulla destra, immersa nelle coltivazioni di piante officinali e vite. Sulla sinistra incontriamo un grosso cespuglio di alloro e sulla destra una maestosa quercia. Entriamo nel bosco di castagno, rovere e carpino bianco, dove in autunno i nostri piedi navigano in un mare di foglie dai mille colori, fino ad arrivare alla località Casarigo e al punto 4.

PUNTO 4

Proseguiamo il cammino superando gli uliveti e la cascina Casarigo, a circa 330 metri s.l.m., scendiamo sulla strada verso la località Ostizza, costeggiando sulla destra il bosco e sulla sinistra le coltivazioni. Prima del termine della zona boscata, imbocchiamo, sulla destra, un piccolo sentierino che entra nel bosco e piega a destra verso nord. Camminiamo nel bosco di castagno, rovere e nocciolo per pochi minuti fino a sentire il rumore dell’acqua: siamo giunti ad un ruscello e al punto 5.

PUNTO 5

Qui troviamo l’interessante ambiente delle sorgenti petrificanti, caratterizzato da ruscelli in cui si formano i travertini, rocce porose formate dalla precipitazione del calcare di cui sono ricche le acque che scorrono nel sottosuolo. Una volta arrivate in superficie queste acque depositano calcare formando patine sempre più spesse sulle rocce, sui sassi, sulle foglie, sui muschi e sui pezzi di legno. Questi ruscelli rappresentano l’ambiente ideale per il Gambero d’acqua dolce che necessita di acque ben ossigenate e nascondigli fra le rocce e per la Salamandra. L’ambiente delle sorgenti petrificanti è un habitat di interesse prioritario tutelato dall’Unione Europea.

In questo luogo troviamo ancora la fonte presso cui si approvvigionavano d’acqua potabile i residenti della cascina Verteggera e della cascina Casarigo. Presenta gradevoli elementi architettonici, in particolare l’uso della pietra per realizzare il voltino di coperture della fonte. Il manufatto è di datazione incerta, anche perché alcuni interventi manutentivi hanno portato all’eliminazione di parti originali. Notiamo anche la presenza di un piccolo lavatoio. Proseguiamo il cammino verso la località Verteggera, dirigendoci verso ovest, circondati dal rosmarino che emana un gradevole profumo e dai terrazzamenti pazientemente coltivati dall’uomo. Alla nostra sinistra scorgiamo un maestoso ciliegio: siamo arrivati alla cascina Verteggera, a circa 320 metri s.l.m., e al punto 6.

PUNTO 6

Sembrerebbe che il toponimo della località Verteggera, che deriva da “agger”, significhi “verso le fortificazioni”, in riferimento alla vicina località Casarigo. Il toponimo di questa località, come riportato nel catasto, deriva da Castrago e quindi da “castrum” che significa “sede di un accampamento”. La zona era, quindi, abitata in epoca romana.

Torniamo sui nostri passi, ripercorrendo a ritroso il sentiero sino ad arrivare nuovamente sulla strada del Casarigo. Qui proseguiamo per pochi metri in discesa e, all'altezza del traliccio dell'alta tensione di fronte al “cassotto”, entriamo in un tratturo che si immerge nel vigneto sino ad incrociare un altro sentiero. Dobbiamo seguire quest'ultimo svoltando a destra ed inoltrandoci nel bosco sino ad un punto di sosta attrezzato, sotto i rami di un gelso, dove, una scaletta acciottolata, ci permette di scendere sul greto del torrente a circa 290 metri s.l.m.. Siamo arrivati al punto 7.

PUNTO 7

Tra le località Verteggera e Ostizza, nuclei rurali di antica formazione, è presente questo ponte lungo quella che era la strada che in origine collegava le due località. Il ponte, realizzato per sorpassare una piccola roggia, è di particolare interesse sia per la tecnica costruttiva sia per i materiali utilizzati. L’alveo della roggia, nel tratto sottostante il ponte, è stato sagomato a gradoni, in ciascuno dei quali vi è una sorta di catino in cui si ferma l’acqua. La datazione del manufatto è al momento incerta, anche se dall’analisi dei toponimi delle località collegate e vicine al ponte si pensa che la zona era abitata già in epoca romana. La pietra utilizzata per la costruzione, tipo Molera, potrebbe provenire da una piccola cava rinvenuta nelle vicinanze. Il percorso che porta al ponte era in origine acciottolato e gli stessi ciottoli di fiume sono rinvenibili vicino ad esso.

Proseguiamo diritto sul sentiero, affiancato a sinistra dal muretto a secco ricoperto di muschio. Il sottobosco ci offre delle macchie verdi e rosse: è il pungitopo. Questo arbusto è privo di vere foglie: in realtà le strutture simili a foglie sono fusti appiattiti, di colore verde scuro, spessi e rigidi che hanno sviluppato funzioni paragonabili a quelle delle foglie. Questo arbusto si presenta rigido ed eretto, molto ramificato con foglie piatte, ovali e dalla sommità spinosa da cui il nome pungitopo. Se i minuscoli fiori maschili e femminili, portati sulle foglie, vengono impollinati, si sviluppano grosse bacche rosso brillante contenenti i semi.

Ripercorriamo a ritroso il percorso tornando, di nuovo, sulla strada maestra. Ci dirigiamo in salita, in direzione nord, verso la cascina e il nucleo di Montevecchia da dove siamo giunti. Sul cucuzzolo spicca il santuario. Superiamo la cascina Casarigo, lasciandola alla nostra destra, ed arriviamo al punto 8.

PUNTO 8

Seguiamo la strada che piega a destra in direzione est, entrando nel bosco. Camminiamo sulla strada a mezza collina che, scendendo bruscamente, ci porta in piazzetta del Madremolo. Qui seguiamo la strada lastricata a sinistra; cipressi e platani si alzano sulla destra, mentre davanti a noi il Santuario scandisce il trascorrere del tempo con il rintocco delle campane ogni mezz’ora. La collina è costellata da diverse cascine: in alto cascina Roncazzi, un po’ più in basso le cantine Cattaneo. Macchie verdi di rosmarino ed alloro danno colore all’ambiente diffondendo il loro intenso profumo. Continuando il nostro cammino, incontriamo sulla destra il Palazzetto e sulla sinistra la località Soliva, così denominata per l’esposizione a sud della collina. Superiamo un filare di robinie sulla destra, arrivando sulla strada che sale a Montevecchia: di fronte vediamo la cascina Oliva a circa 330 metri s.l.m.. Utilizziamo il marciapiede sulla sinistra e saliamo fino ad incontrare il sentiero dell’Oliva e il punto 9.

PUNTO 9

Imbocchiamo, sulla sinistra, il sentiero dell’Oliva, costituito da una ripida mulattiera fiancheggiata, a destra, dal muretto a secco. Il sentiero, attraverso le tipiche coltivazioni terrazzate, si dirige verso nord-ovest. Caratteristiche sono le ripide scalinate di pietra molera che collegano tra loro i ronchi, la manutenzione dei muretti a secco in pietra locale e i pali di castagno utilizzati per i vigneti.
Alla nostra destra possiamo scorgere cascina Butto mentre, in cima alla collina, il Santuario della Beata Vergine del Carmelo ci appare sempre più vicino.

Continuiamo il cammino, superando sulla sinistra un rudere, la cascina Canevascia. Dopo circa un quarto d’ora di salita, la strada si allarga: facciamo attenzione perché, a sinistra, non vi sono protezioni!

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